NASCE MASENACUM
Delle località varesine Masnago è quella che – secondo i documenti – vanta la citazione più antica: il nome, infatti, compare nel Corpus Diplomaticus Langobardorum con una datazione dell’844. Quindi Masnago risulta esistere ufficialmente più di mezzo secolo prima di Casbeno e di Bobbiate, località citate entrambe nell’898, e addirittura settantotto anni prima di Varese che, nello stesso registro di documenti, figura invece in una citazione del 922 insieme con Velate e con Bizzozero.
Nel nome di luogo il suffisso -ago sta di norma a indicare un’attribuzione di possesso, com’era uso della colonizzazione gallica. È un indizio piuttosto diffuso in siti della zona del Milanese. In epoca tardoromana potrebbe trattarsi di proprietà agricole forse concesse a veterani di origine celtica. Al nome di battesimo del personaggio cui vengono assegnate terre si fa seguire il cosiddetto “suffisso prediale”. Il nome del proprietario, qui, è naturalmente sconosciuto. Sono consentite solo ipotesi di fantasia: Mausonio, Masenio, Masino, Maso… A giudizio di altri studiosi – per quanto tale indicazione non contrasti del tutto con la precedente - Masnago farebbe invece derivare la propria denominazione da una voce celtica che caratterizza un villaggio protetto da un primitivo recinto in pietra. La stessa origine, per esempio, avrebbe il borgo di Masciago, in Valcuvia. Sono, com’è evidente, tutte congetture suggestive, che per altro avvalorano l’ipotesi di un insediamento di tipo militare databile grosso modo attorno al quarto o al quinto secolo.
L’antichità “romana” del sito – si tratterebbe di insediamenti o di semplici consolidamenti di stazioni di galli celti forse già esistenti – è tuttora documentata ‘in loco’ da un’ara votiva dedicata a Giove infissa nella parete esterna orientale della chiesetta dell’Immacolata, quella che dà su via Bolchini. L’iscrizione, oggi illeggibile, fu decrittata sul finire dell’Ottocento da Teodoro Mommsen in occasione di un suo giro nel Varesotto. Pare si dovesse leggere così: A DIO OTTIMO MASSIMO / TITO VALERIO / CON LA MOGLIE / CINGENDO QUEST’ARA / CON ANIMO LIBERO E COME DOVEVA / SCIOGLIE IL VOTO. Si dice, ancora, che reperti d’epoca romana (o tardoromana) esistessero a Calcinate degli Orrigoni: una lapide devozionale intitolata a Mercurio di cui però non v’è più traccia. Altri reperti – un’urna cineraria e una coppa in vetro decorata a gocce blu disposte su un’unica fila –, invece, furono trovati nel 1964 durante gli scavi per la costruzione dell’attuale chiesa parrocchiale, e sono custoditi al Museo civico di Varese. Chi fosse il Tito Valerio promotore dell’ara votiva dedicata a Giove e pervenuta fino a noi non è dato sapere. Si è ipotizzato si potesse trattare di un magistrato romano di stanza a Como. Un’altra ipotesi fatta è quella secondo la quale nella piccola area in cui oggi si eleva la chiesetta dell’Immacolata, dove un tempo fu costruita la prima chiesa di Masnago, si trovasse in tempi più antichi un tempio dedicato a Giove, che insomma si trattasse di una ‘zona sacra’. Tutto è possibile, facendo riferimento a situazioni di più di millecinquecento anni fa e di cui non esistono altre tracce documentali; l’uso di murare reperti romani nelle pareti delle chiese cristiane è del resto piuttosto ricorrente, senza che ciò rappresenti un effettivo legame consequenziale.
Se per una sorta di magia o di sogno, una sorta di avventura “ai confini della realtà”, ci si trovasse a vivere negli stessi luoghi, ma nel 350 dopo Cristo, nel pieno tramonto dell’Impero romano, d’altra parte, non si riuscirebbe a riconoscere a Masnago un solo punto di riferimento. Nulla sarebbe uguale all’oggi, il mondo davanti ai nostri occhi potrebbe addirittura appartenere a un altro pianeta. Sulla fine del IV secolo Varese non esisteva. Né esistevano nella loro autonomia e nella loro delimitata sfera di influenza Masnago, Velate, Avigno, Sant’Ambrogio, Casciago. C’erano forse casupole, roccheforti, embrioni di villaggi. Può darsi (ma è facile in questo frangente confondere storia, leggenda, fantasia in un inestricabile groviglio) che l’intero territorio, a quell’epoca non particolarmente fertile e praticabile, fosse addirittura – come sostiene qualche studioso – una landa pressoché deserta.
Dintorno, a colonizzazione romana già avvenuta, benché qui a giudizio di molti non si possa parlare di vera e propria occupazione romana prima dell’età augustea, un punto fermo era il Lago Maggiore, il Verbano, dove stazionavano, a un capo e all’altro dello specchio d’acqua, due importanti insediamenti: a Nord Locarno e a Sud Angera o, come la chiamavano i romani, appunto, Stationa. Il centro di maggiore rilevanza nell’Italia settentrionale, o meglio nella zona che ci siamo ritagliati come area di interesse, oltre a quello di Milano, era il “municipium” di Como; ovvero tali erano nell’antica Roma le comunità cittadine legate alla capitale che tuttavia mantenevano una loro autonomia amministrativa e propri magistrati.
Dal punto di vista dei collegamenti, il nostro territorio, collocato a mezzo tra Como e il Verbano, era probabilmente attraversato da una strada. Essa giungeva da “Comum”, passava accanto a Varese, si indirizzava verso Masnago in linea di massima seguendo il tracciato attuale, forse con l’asse spostato un poco più a mezzogiorno. Non si può escludere che questa strada, diretta a occidente rispetto a Varese, si incrociasse dalle nostre parti con una diramazione dell’antica via gallica che collegava Milano al Lago Maggiore, un tratto della quale risaliva verso la Valcuvia. Avrà pure un qualche significato, se uno dei principali ritrovamenti d’epoca romana ebbe luogo – più di un secolo fa – nella frazione di Rasa, nella località (guarda caso) detta “La Riana”, nell’ex proprietà del dottor Tonta. Qui, a cominciare dal 1901, venne trovato un esteso sepolcreto con tombe di cremati e inumati. Dapprima furono scavate una trentina di tombe, tutte a umazione, in seguito in parte disperse e in parte portate al Sacro Monte al Museo Pogliaghi. Qualche altra tomba venne alla luce nel 1908. Nel 1915, dal mese di gennaio al mese di marzo, si scoprirono quarantadue tombe, trentuno delle quale a umazione e undici a cremazione, del tipo a cassa di beole, a ciottoli e – numerose – con cameretta laterale; quindi una ricca suppellettile fittile e metallica; attrezzi di ferro, monete dell’epoca di Adriano Claudio il Gotico, Probo, Costantino Magno, Costante I, Costanzo II e Valente. Tutto il materiale di scavo venne portato al Civico museo archeologico di Varese. Il sepolcreto e gli oggetti ritrovati alla Rasa – ha scritto Mario Bertolone – furono inquadrati in un periodo di circa tre secoli, tra il II e il IV secolo dopo Cristo.
Per continuare in questa ipotesi di identificazione di collegamenti – anche in relazione a ritrovamenti di reperti d’epoca romana o, meglio, tardoromana – non poteva non esistere all’altezza di Masnago o di Casciago, un minimo “raccordo” con il lago di Varese, probabilmente in quei tempi “agganciato” al Verbano attraverso il Bardello in maniera più imponente di quanto sia oggi.
La penetrazione romana in questi territori abitati dai galli insubri, sovrappostisi nell’arco di secoli al primitivo ceppo ligure, fu certamente estesa (tracce della “civilizzazione” sono state rilevate un po’ dappertutto nel Varesotto e perfino in zone di montagna apparentemente eccentriche rispetto alle grandi linee di transito, come la Val Veddasca), ma l’adesione delle popolazioni locali non fu mai completa. Né probabilmente gli stessi romani si preoccuparono mai di perfezionarla. Non è leggenda il fatto che nel 218 avanti Cristo, quando Annibale varcò le Alpi e scese in Italia, i primi a corrergli in aiuto furono proprio i galli-insubri.
Nei secoli che seguirono le genti della Liguria (così i romani avevano continuato a chiamare le terre che comprendevano Milano e Como) furono inquadrate nella tribù oufentina. Tentativi di coinvolgimento ci furono (Cesare per esempio conquistò la Gallia transalpina in gran parte con soldati “milanesi”), ma l’integrazione non fu mai sinceramente sentita. E nonostante in anni non molto lontani da quelli di oggi ci si sia un po’ intestarditi nel delineare le tracce dell’antica Roma, bene ha sostenuto chi ha negato che, di fatto, i romani qui siano riusciti a esercitare appieno la loro cultura, la loro lingua, la loro arte. Le genti di queste terre del Nord hanno continuato a parlare – almeno fino ai longobardi – dialetti ibero-leponzii e gallici.
Tornando a Masnago – o meglio all’antico Masenacum – tutti gli indizi rilevati ci rimandano a un periodo inquadrabile, grosso modo, tra il terzo e il quarto secolo dopo Cristo, ovvero allo stesso periodo nel quale, anche qui, comincia a diffondersi la religione cristiana. Intanto, in quegli anni di trapasso, e tra genti sostanzialmente ancora pagane, erano molto diffuse le devozioni a Giove, a Mercurio, a Mitra, divinità, quest’ultima, che ebbe un grande seguito nell’impero romano tra l’esercito e fu concorrente del cristianesimo. Ciò corrisponderebbe, in parte, ai due reperti citati in precedenza. Si pensi in aggiunta ai rinvenimenti di Angera – località molto più legata alle nostre zone di quanto potesse esserlo il municipio comasco – famosi per i legami con il culto mitriaco. Erano, per altro, gli stessi anni in cui si diffondeva l’eresia di Ario, con un ampio consenso tra le popolazioni barbariche di origine celtica e, più tardi, longobarde. La tradizione, a Masnago, indica come “torre ariana” la torre capitozzata che si trova in piazza Ferrucci, davanti alla parrocchiale. Un altro antico sito masnaghese, all’inizio della strada della Carnaga e di via Giordani, dove fino a una trentina di anni fa si trovava il lavatoio pubblico, e dove con ogni probabilità nel Medioevo si insediò una comunità religiosa, è ancora detta dai vecchi masnaghesi “l’Ariana”, anche se altri riferiscono tale denominazione a una roggia che lì scorreva verso il lago, visibile fino a una quarantina di anni fa prima che venisse ricoperta: la Rianna. Ma è possibile che si tratti di un’indicazione equivoca, e che in fondo i due nomi si confondano o, addirittura, si integrino.
Non si dimentichi, ancora, che nel quarto secolo – secondo una consolidata tradizione – la vicina località di Casciago può essere stata la Cassiciacum citata nelle Confessioni, ovvero il luogo in cui sant’Agostino, in compagnia della madre santa Monica e del figlio Adeodato, trascorse gli ultimi mesi da catecumeno prima di ricevere in Milano nell’autunno del 387 il battesimo da sant’Ambrogio che, com’è noto, combatté senza tregua l’eresia di Ario. È un’ipotesi, anche questa dell’ospitalità casciaghese. Oltre tutto il privilegio di avere accolto Agostino, Monica e Adeodato è conteso a Casciago dalla località di Cassago Brianza. Ma non sono pochi gli studiosi a sostenere come autentico luogo agostiniano il Casciago di Varese, e tra questi si annovera anche Alessandro Manzoni, che passava lunghi periodi di vacanza a Morosolo nella casa del figliastro, il conte Stefano Stampa.
Nel racconto della storia di Masnago e della plaga che si estende dintorno – come s’è avuto modo di accennare – si può certamente identificare una sorta di “questione ariana”. In realtà, il termine “ariano” è piuttosto ambiguo. Per decenni, per secoli, presso il popolo, tale denominazione ha rappresentato genericamente il significato di “pagano”, a volte di cristiano non ortodosso. Anche la confusione del vocabolo con la parola “arimanno” – e quindi barbaro, estraneo – è possibile, e di conseguenza è plausibile la definizione di “ariane” (cioè non inserite nel contesto comune) per le prime comunità di Umiliati nei secoli dodicesimo e tredicesimo. Più in generale, l’eresia ariana, specie tra le popolazioni contadine, che erano ovviamente la quasi totalità, ebbe largo seguito: dai primi anni in cui cominciò a diffondersi il cristianesimo, fino all’invasione e alla dominazione longobarda e alla dominazione franca.
L’intitolazione delle chiese locali è un’altra di quelle indicazioni che, non casualmente, aiutano a decifrare il sentimento religioso ortodosso e il rafforzarsi della fede degli abitanti. Abbiamo così la stragrande maggioranza delle chiese intitolate o ai primi martiri o a martiri soldati – altro indizio importante nell’identificazione delle comunità che abitavano queste terre – o a santi campioni nel combattere l’eresia di Ario: san Pietro a Masnago, santo Stefano e san Cassiano a Velate (ai santi Ippolito e Cassiano era anticamente intitolata anche la chiesa di Masnago), i martiri della cosiddetta legione Tebana (san Vittore a Varese e a Casbeno e san Maurizio a Masnago; e molto venerata era santa Caterina di Alessandria); san Grato a Bobbiate, sant’Ippolito e san Cassiano a Luvinate, san Martino a Barasso, i santi Nazaro e Celso a Calcinate, san Sebastiano a Bregazzana, sant’Eusebio e sant’Agostino a Casciago e soprattutto sant’Ambrogio che vanta chiese a lui intitolate tra Masnago e Lissago, a Morosolo e proprio a Sant’Ambrogio Olona, che anticamente era detta Segocio. Lo stesso santuario di Santa Maria del Monte, secondo una leggenda bene incardinata in queste terre, e nonostante gli studiosi abbiano sempre genericamente parlato di epoca altomedievale, sarebbe stato fondato direttamente da sant’Ambrogio in onore della Vergine e al termine di una battaglia da lui condotta vittoriosamente contro gli eretici ariani nel 388, quindi l’anno successivo al battesimo impartito in Milano a sant’Agostino. Nel 1673 – racconta il sacramontino Edgardo Tagliaferri in un suo volumetto di storia locale – mentre si effettuava uno scavo per posare le fondamenta dell’undicesima Cappella, quella della Resurrezione del Cristo, si trovò una gran quantità di ossa umane mescolate a carboni.
Tracce tuttora ben visibili di quei lontani contrasti, e probabilmente non tutti riferibili al conflitto tra cristiani ortodossi e ariani, sono le torri che si ergono nella zona. A Masnago se ne possono contare almeno tre: il mastio del castello Mantegazza; la torre capitozzata che sorge davanti all’attuale chiesa parrocchiale, detta – come s’è visto – “degli Ariani”, e un torrione, anch’esso capitozzato e rimaneggiato, forse addirittura di epoca franco-longobarda, esistente nella località Cittadella, l’antico nucleo di case che si trova in via Piemonte, poco dopo l’asilo, la strada che attualmente si dirige verso il cimitero (verosimilmente la sede di uno dei due conventi di frati Umiliati che esistevano a Masnago).
È possibile, anzi molto probabile, che le tre torri non siano state tutte edificate nel medesimo periodo e che materiali dell’una o di altre torri esistenti e oggi scomparse siano stati usati per costruire le successive. Si pensa tuttavia che esse potessero fare parte di un sistema collegato con altre torri famose della zona: la torre di Velate (o Veliana, come compare nel 1620 sull’atlante d’Italia del geografo e astronomo Giovanni Antonio Magini), quindi la torre certamente d’epoca più antica i cui ruderi si alzano, sempre a Velate, nell’ex parco Zambeletti, e il torrione esistente al Sacro Monte nel recinto del convento delle suore di clausura. Uno studio completo attento e comparato delle diverse torri, basato sulle tecniche di costruzione, sui materiali, sugli accadimenti storici non è mai stato effettuato. Certo è che la loro presenza dovesse essere giustificata da una posizione eccellente per dominare – a mezzogiorno – l’intera pianura che si estende dal Monviso e dalle Alpi piemontesi e per dominare a Nord e a Nordest i passaggi da e verso l’alto Lago Maggiore, la Valcuvia, il Ceresio e le terre comasche. Per altro, sarebbe utile anche indagare sull’origine della radice Vell-, presente sia nel nome del fiume-torrente Vellone, che scende dal Campo dei Fiori e solca Masnago nella sua parte a Nord, sia nel nome della torre (Veliana o Velliana), sia nel nome del borgo di Velate, tenendo anche conto che spesso il suffisso –ate risulta come toponimo di località collegate all’esistenza di fiumi: si pensi, in Lombardia, a Lambr-ate o a Seri-ate.
Di questa Masnago turrita, fortificata e in qualche modo legata al vicino borgo di Velate meritebbe forse parlare più a lungo. Con l’inevitabile conseguenza, però, di fare sempre più spesso ricorso al condizionale e alle ipotesi, perché la distanza millenaria continua a creare una fitta cortina di mistero. Non è avventatamene che quegli anni, e quei secoli, siano stati dichiarati “bui” da molti storici ed esperti. Ciononostante non si può fare a meno di coinvolgere la Masnago dell’epoca nelle contese che, attorno all’anno Mille, toccarono l’intera zona del Milanese. Ovvero all’anno di grazia 1045, quando una delegazione di milanesi si recò dall’imperatore Enrico III per presentare un elenco di quattro canonici della cattedrale tra i quali l’imperatore avrebbe dovuto scegliere il vescovo. Enrico III, invece, nominò un Guido dei valvassori di Velate. Si trattava di un discendente della famiglia Bianchi, maggiorente nel borgo, un uomo certamente fedele, ma – ricordano con un certo astio i suoi contemporanei – “vir illiteratus a rure venientem”. Inutile dire della sequela di vicende che si succedettero alla non prevista nomina. Divenuto presto inviso ai patarini Arialdo e Erembaldo, Guido rimase invischiato nella cosiddetta “guerra dei preti” e costretto a morire in esilio. I conflitti durarono per più di un quarto di secolo. Non si sa quanto il territorio masnaghese e i suoi pochi abitanti ne fossero direttamente chiamati in causa. Ma quelle torri e quei fortini potrebbero essere altrettante prove concrete di battaglie e di difese che forse in altro modo non troverebbero giustificazione.